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La prima illustrazione grafica del Nuraghe Santu Antine risale al 1774, se come sembra, si deve riconoscere questo monumento in un'incisione del naturalista abate  Francesco Cetti nella sua "Storia naturale della Sardegna". E', invece, del 1828 una prima documentazione planimetrica del monumento ad opera di W.H. Smith; l'Autore fornisce anche una descrizione del monumento, notando, tra l'altro, la sua ubicazione nel Campu Giavesu e l'utilizzo di lava basaltica per la costruzione.

Derivano da un apposito rilevamento la pianta, le sezioni e i prospetti pubblicati da Alberto Ferrero de La Marmora nell'atlante del suo "Voyage en Sardigne" del 1840, mentre si deve a Giovanni Pinza la prima illustrazione fotografica del 1901.

Fra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento molti studiosi hanno evidenziato l'importanza del monumento e l'archeologo Giovanni Spano vi effettuò anche qualche saggio di scavo. Un allievo dell stoesso Spano, Vincenzo Crespi, donò al Museo Archeologico di Torino un modello in sughero.

Significativa è anche una veduta prospettica pubblicata nel 1888 dal Padre Alberto Centurione dove sono documentati elementi, ora parzialmente scomparsi, quali alcuni tratti dell'elevato delle torri del bastione.

Solo nel 1933 si ebbero i primi scavi archeologici ad opera di Antonio Taramelli che liberò tutti gli ambienti del nuraghe, consentendo l'accesso ad ogni piano secondo il percorso originario ed elminando nel contempo tutti i nessi tra crollo, materiali rinvenuti e strutture.

L'archeologo a proposito del nuraghe scrive: "Nuraghe Santu Antine o Santu Costantine. E’ ritenuto da molti studiosi il migliore fra i nuraghi conservati in Sardegna, per grandiosità di mole, armonia di struttura, complessità ed evidenza degli elementi architettonici. I rilievi del Lamarmora , della prima metà del secolo scorso, furono completati dallo scavo generale dell’edificio fatto recentemente (1934 1935). Dalla Soprintendenza delle Antichità, sotto la direzione dello scrivente. La torre nuragica a tre piani, di cui l’ultimo incompleto, con grande camera al pian terreno, scala e camera al piano superiore, con feritoie, ha addossato un grandioso corpo aggiunto con vasto cortile munito di pozzo, e tre celle comunicanti tra loro e col cortile a mezzo di lunghi e poderosi corridoi, tutti muniti di feritoie per tiratori d’arco; tali corridoi si ripetono al piano superiore congiungendo le piccole cellette delle torri aggiunte. Il cortile, recinto da mura con ampio portale, è dominato dalla massa imponente della torre, costituisce uno dei più chiari esempi dell’architettura megalitica del Mediterraneo, indizio di potenza e di unità di direttive nella tribù nuragica costruttrice".

Attorno al nuraghe, oltre al resto di un edificio templare e di varie capanne nuragiche, furono messi in luce avanzi di età romana; una piccola villa rustica con colonne coniche e piccoli ambienti con pavimento in battuto. Nel terreno circostante abbondano i resti dell’antico abitato, sia nuragico che di età romana. Alcuni lavori di restauro rendono solido ed accessibile con strada carrozzabile dalla via per la Stazione, è uno dei più facilmente visibili fra gli edifici megalitici dell’Isola.

Ceduto dal proprietario G. Battista Fiori, è ora di proprietà nazionale”.

Un allargamento degli scavi alle vicine capanne circolari e un intervento di restauro sono stati effettuati nel 1965 e nel 1966, sotto la direzione di Guliermo Maetzke, da Ercole Contu.

La prima ipotesi ricostruttiva del 1947 si deve a Paolo Mingazzini; questa  fu poi ripresa e aggiornata da Ercole Contu.

Dopo due interventi di scavo effettuati nel 1983-84, le ricerche sono riprese con una certa regolarità dal 1994. fino al 2009.

L'anailisi della situazione generale relativa allo stato delle conoscenze e allo stato di conservazione ha condotto ad indagine puntuale nel territorio e alla redazione del progetto di restauro appena concluso.

(Testo da: Il Nuraghe Santu Antine di Torralba - Sistemi Segni Suoni, a cura di Antonietta Boninu, Eurografica 2006, p. 31)